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mechi cena Nasco nel 1959, il 4 di luglio. Mia madre, alla quale non piace né Domenico né Luigi come nome(in effetti si chiamavano così i nonni, il primo – Domenico -, morto, Luigi invece, vivo; graduatoria rispettosamente confermata nel mio nome composto), mi soprannomina Mechi. Io sono troppo piccolo per protestare, e sono Mechi a tutt’oggi. Tra
il 1975 e il 1985 studio musica elettronica ed informatica musicale prima
al Conservatorio di Torino, con Enore Zaffiri (tra i primi sperimentatori
in italia) e poi in quello di Firenze. Sono gli anni dei primi controlli
automatici (controllo di voltaggio) e trovo estremamente stimolanti le
prospettive dell’attività con i calcolatori (molto grandi,
allora) nella direzione indicata da Pietro Grossi, del quale, appunto
divento allievo. Al conservatorio di Firenze insegna Albert Mayr, del
quale seguo i corsi. Albert è da poco tornato dal Canada, dove
è stato allievo e collaboratore di Murray Shaefer, il primo a studiare
le interazioni storiche, simboliche e concrete del paesaggio sonoro. Anche
questa mi sembra una prospettiva feconda e in una sorta di sintesi, assieme
a Francesco Michi e Jorge Martinez (compositore e chitarrista cileno esule
in Italia), fondo il gruppo F.lli Format – architetture sonore -.
Le nostre sono, e saranno per tutto il periodo di attività, creazioni
collettive. I prodotti dell’attività di Format sono più
di un centinaio tra installazioni sonore, sculture sonore, performances,
interventi teorici. Quasi tutti i nostri interventi sono “site-specific”,
termine in seguito diventato assai in voga nel mondo dell’arte visiva.
Noi non adottiamo né i canali produttivi, né i vezzi degli
artisti visivi, in questo dimostrandoci miopi. Introno
alla metà degli anni ’80, la RAI si interessa alla nostra
attività, e, se ricordo bene, due mie composizioni su testi recitati
vengono trasmesse nella fascia Audiobox curata da Pinotto Fava. Si tratta
di “I Collemboli” su testo di Giorgio Fontana e “I pensieri
del buio, la tristezza di essere soli” su ritagli di “Il Deserto
dei Tartari” di Dino Buzzati. Siccome la radio è un vecchio
amore e sono incantato dalle voci narranti, inizio a scrivere anche i
testi, dandogli priorità assoluta rispetto alla composizione musicale. Bruscamente, nel 1992 – mi sono nel frattempo trasferito all’Isola d’Elba – interrompo ogni attività di tipo artistico, per via della frustrazione (gli spazi in quel periodo si stanno restringendo) e della fatica. Un romanzo che stavo scrivendo (”Le femmine del babbuino”), e che, imprevedibilmente aveva ottenuto un paio di offerte per la pubblicazione, resta incompleto, così come svariati altri progetti radiofonici. Altrettanto
inaspettatamente, anche per me stesso, nel 2004 riprendo tutte le attività.
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